8 febbraio, Nettuno - Manifestazione Antirazzista

scritto da prcpomezia il giovedì, 05 febbraio 2009,15:24

CORTEO ANTIRAZZISTA NETTUNO

NO AL RAZZISMO - NO ALLA VIOLENZA SULLE DONNE

 

Condanniamo fortemente il grave episodio accaduto a Nettuno. Un uomo, un cittadino indiano è stato dato alle fiamme, un gesto che ci fa inorridire e preoccupare perché porta con sé i germi dell’odio e del razzismo.

Il nostro paese sta attraversando un momento difficile, il mondo intero vive una grave crisi economica, questo sicuramente genera insicurezza, e per alcuni trovare il capro espiatorio nello straniero, nel rom, nel povero li rassicura.

La vita di molte ragazze e di molte donne continua a essere spezzata, le loro capacità intellettive e affettive brutalmente compromesse da atti di violenza il cui numero è, negli ultimi anni, in continuo aumento.

Noi donne e uomini della sinistra non possiamo che urlare il nostro NO a tutto questo.

Non possiamo che non dedicare come facciamo da sempre, il nostro agire politico, a combattere le ingiustizie, ogni forma di violenza e a tentare di costruire un modo di vivere più giusto per tutti.

Denunciamo il clima di odio e di intolleranza che non risolve i problemi ma minaccia la sicurezza dei più deboli. Denunciamo l’indifferenza verso una violenza trans fobica, omofoba, razzista che sta diventando ogni giorno più forte. Ci appelliamo a tutte e tutti coloro che hanno a cuore la democrazia, perché di questo si parla, di non restare in silenzio, di rispondere all’avanzata dell’odio e della violenza che sta facendo precipitare l’Italia verso un baratro che sembrava scongiurato per sempre. Quello che si è visto è vergognoso e va condannato.

Da parte di tutti noi un augurio di rapida guarigione a Singh e un abbraccio di solidarietà alle donne abusate e maltrattate.

Sit-in di solidarietĂ  per la Palestina

scritto da prcpomezia il domenica, 11 gennaio 2009,12:40

Non si Può rimanere a guardare!

Appello per

Gaza-Palestina



C'è un modo per evitare la perdita di così tante vite umane. C'è un modo per salvare il popolo palestinese. C'è un modo per garantire la sicurezza di Israele e del suo popolo. C'è un modo per dare una possibilità alla pace in Medio Oriente. C'è un modo per non arrendersi alla legge del più forte e affermare il diritto internazionale:



 CESSATE IL FUOCO IN TUTTA L'AREA
 RITIRO IMMEDIATO DELLE TRUPPE ISRAELIANE
 
FINE DELL'ASSEDIO DI GAZA
 
PROTEZIONE UMANITARIA INTERNAZIONALE

RISPETTO DELLE RISOLUZIONI ONU

DUE POPOLI, DUE STATI


 

Facciamo appello a chi ha responsabilità politiche e a chi sente il dovere civile perché sia rotto il silenzio e si agisca. Le Nazioni Unite e l'Unione Europea escano dall'immobilismo e si attivino per imporre il pieno rispetto del diritto internazionale
L'Italia democratica faccia la sua parte.

 

SIT-IN

Venerdì 16 gennaio dalle ore 16,30

Piazza Indipendenza

 

Adesioni: Partito della Rifondazione Comunista Pomezia, Comunità Palestinese Roma e Lazio, Attac Pomezia, Partito Democratico, Partito dei Comunisti Italiani, Verdi, Sinistra Democratica, Partito Socialista, CGIL, Associazione Donne in Nero, Marina del Monte (Ebrei contro l’occupazione), Associazione Scacchistica “Quattro Torri”, Associazione “Vialibera” Onlus, Associazione Culturale Giovanile “Aperta!Mente”.

Ancora guerra in Palestina

scritto da prcpomezia il venerdì, 09 gennaio 2009,09:45

FERMIAMOLIAl dodicesimo giorno di offensiva militare israeliana, a Gaza si contano 720 morti, di cui 220 bambini, e tremila feriti. Israele concede «tre ore al giorno» di tregua «per gli aiuti umanitari». E nelle altre 21 ore bombarda e allarga la guerra: ora entrerà nei campi profughi.
Cliccando sull'immaginina qui accanto si aprirà un file con alcune foto che meglio di mille parole spiegano cosa sta avvenendo in Palestina. Alcune sono molto forti per cui se siete persone sensibili potreste rimanere un pò scosse. Vi chiediamo però di guardarle lo stesso. Perché questa e la guerra e nient'altro.

La questione morale del nostro tempo

di Ali Rashid e Moni Ovadia

Le immagini che giungono da Gaza ci parlano di una tragedia di dimensioni immani e le parole non bastano per esprimere la nostra indignazione. Col passare dei giorni cresce la barbarie che insieme alla vita, alle abitazioni, agli affetti, ai luoghi della cultura e della memoria, distrugge in tutti noi l'umanità e con essa il sogno e la speranza. E deforma in noi il buon senso, mortifica la cultura del diritto, forgiata dalle tragedie del secolo passato per prevenirne la ripetizione.
Così diventano carta straccia le convenzioni internazionali e le norme basilari del diritto internazionale nonché le sue istituzioni, paralizzate dai veti e svuotate di autorevolezza oltre che di strumenti per l'agire.
Così crescono l'odio e il rancore, si radicalizzano le posizioni e le distanze diventano incomunicabilità. Le stesse responsabilità si confondono, tanto che la vita in una prigione a cielo aperto diviene la normalità, l'invasione di uno degli eserciti più potenti del mondo è alla stessa stregua di un atto pur esecrabile di terrorismo.
Ma così non si aiuta la pace, che è fatta in primo luogo di ascolto, dialogo e compromesso. Certo, anche di diritto, ma abbiamo visto che per questa sola via sessant'anni non sono bastati e dopo ogni crisi ci si è ritrovati con un po' di rancore in più e di certezza del diritto in meno.
Noi sappiamo che l'occupazione genera resistenza, la guerra rafforza il terrorismo, la violenza cambia le persone e i fondamentalismi si alimentano reciprocamente. Ma abbiamo anche imparato in tutti questi anni che gli obiettivi di pace, sicurezza e prosperità non passano attraverso l'uso della forza delle armi, ma attraverso l'adozione di scelte accettabili per entrambe le parti in causa e l'avvio di un processo di riconoscimento reciproco, del dolore dell'altro in primo luogo, che è il primo passo verso la riconciliazione.
Al contrario, ogni volta che ci si è avvicinati ad un compromesso accettabile, il ricorso scellerato alla violenza, all'assassinio premeditato, all'annichilimento dell'altro, è servito a demolire ciò che si era pazientemente costruito, quel po' di fiducia reciproca in primo luogo.
Il tutto viene poi complicato dal peso della storia che in questo contesto, nel rapporto fra Europa, «Terrasanta» e Medio Oriente, agisce come un macigno non elaborato, generando falsa coscienza, ipocrisia, irresponsabilità.
L'esito è stato l'incancrenirsi di una questione, quella palestinese, che ha avuto ed ha effetti destabilizzanti in tutta la regione ed anche oltre, diventando - come ebbe a definirla Nelson Mandela - «la questione morale del nostro tempo».
Di questo vulnus si sono nutriti in questi anni il terrorismo e il fondamentalismo, regimi autoritari e cultori dello scontro di civiltà. A pagare sono state le popolazioni della regione, sono i bambini e i ragazzi cresciuti in un contesto di odio, di violenza e di paura, ma anche la democrazia e la cultura laica che pure traevano vigore dalle tradizioni ebraiche e arabo-palestinesi.
Così anche da questa guerra, assassina e stupida come ogni guerra, a trarne vantaggio saranno solo i fondamentalismi e chi pensa che la soluzione possa venire dall'annichilimento dell'avversario.
Come hanno scritto nei giorni scorsi Vaclav Havel, Desmond Tutu ed altri uomini di cultura «...quello che è in gioco a Gaza è l' etica fondamentale del genere umano. Le sofferenze, l' arbitrio con cui si distruggono vite umane, la disperazione, la privazione della dignità umana in questa regione durano ormai da troppo tempo. I palestinesi di Gaza, e tutti coloro che in questa regione vivono nel degrado e privi di ogni speranza non possono aspettare l' entrata in azione di nuove amministrazioni o istituzioni internazionali. Se vogliamo evitare che la Fertile Crescent, la "Mezzaluna fertile" del Mediterraneo del Sud divenga sterile, dobbiamo svegliarci e trovare il coraggio morale e la visione politica per un salto qualitativo in Palestina».
Per questo facciamo appello alle persone che amano la pace e che vedono nella tragedia di queste ore la loro stessa tragedia, di fare tutto ciò che è nelle loro possibilità affinché vi sia
l'immediato, totale, cessate il fuoco - non la beffa delle «tre ore»;
la fine dell'assedio sulla Striscia di Gaza e il rispetto delle istituzioni palestinesi democraticamente elette;
l'intervento di una forza di pace internazionale sotto l'egida delle Nazioni Unite in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza lungo i confini del '67;
l'avvio di un negoziato per arrivare ad una soluzione politica basata sul rispetto dei diritti dei popoli, delle minoranze e della persona, nell'ambito di un processo che possa garantire nell'immediato confini sicuri per lo Stato di Israele e per lo Stato di Palestina;
la creazione di un comitato per la pace in Palestina, che superi i limiti e le strumentalizzazioni che hanno caratterizzato le iniziative degli ultimi anni;
l'adesione delle persone e delle associazioni che hanno a cuore la pace in Medio Oriente per impedire che il conflitto si trasformi in guerre di religione e tra civiltà, con la promozione di iniziative su tutto il territorio italiano e la convocazione di una manifestazione nazionale al più presto.
Non di meno, in un contesto dove l'interdipendenza è il tratto del nostro tempo e come persone che hanno comuni radici mediterranee, non smettiamo di pensarci come cittadini di una comune regione post-nazionale euromediterranea, parte di una cultura che - attraverso la storia di conflitti tra città e campagna, o nella concorrenza tra fede e sapere, o nella lotta tra i detentori del dominio politico e le classi antagoniste - si è lacerata più di tutte le altre culture e non ha potuto fare a meno di apprendere nel dolore come le differenze possano comunicare.
In questo spirito ci impegniamo a ricostruire quel che la guerra sta abbattendo, i ponti fra le persone, le culture, i luoghi della pace in e fra entrambe le società, per creare nuovi terreni di relazione e collaborazione fra l'Italia e la Palestina, intensificando altresì gli atti di solidarietà verso tutte le vittime, in modo particolare la popolazione della Striscia di Gaza.

Per le adesioni a questo appello: paceinpalestina@gmail.com

Continua il massacro in Palestina

scritto da prcpomezia il mercoledì, 07 gennaio 2009,11:11

Il "Times" e i medici che operano a Gaza accusano Israele di usare le armi non convenzionali al fosforo bianco contro i palestinesi. Quasi 600 i morti, oltre 5.000 i feriti.

Palestina

Gaza, lettera aperta ai politici italiani

di Luisa Morgantini *

Non una parola, non un pensiero, non un segno di dolore per le centinaia di persone uccise, donne, bambini, anziani e militanti di Hamas, anche loro persone. Case sventrate, palazzi interi, ministeri, scuole, farmacie, posti di polizia. Ma dove è finita la nostra umanità. Dove sono i Veltroni, con i loro "I care", come si può tacere o difendere la politica di aggressione israeliana?

La popolazione di Gaza e della Cisgiordania, i palestinesi tutti, pagano il prezzo dell'incapacità della Comunità Internazionale di far rispettare ad Israele la legalità internazionale e di cessare la sua politicale coloniale.

Certo Hamas con il lancio dei razzi impaurisce ed è una minaccia contro la popolazione civile israeliana, azioni illegali, da condannare. Bisogna fermarli.

Ma basta con l' impunità di Israele e dei ricatti dei loro gruppi dirigenti.

Dal 1967 Israele occupa militarmente i territori palestinesi, una occupazione brutale e coloniale. Furto di terra, demolizione di case, check point dove i palestinesi vengono trattati con disprezzo, picchiati, umiliati, colonie che crescono a dismisura portando via terra, acqua, distruggendo coltivazioni. Migliaia di prigionieri politici, ai quali sono impedite anche le visite dei familiari.

Ma voi dirigenti politici, avete mai visto la disperazione di un contadino palestinese che si abbraccia al suo albero di olivo mentre un buldozzer glielo porta via e dei soldati che lo pestano con il fucile per farglielo lasciare, o una donna che partorisce dietro un masso e il marito taglia il cordone ombelicale con un sasso perché soldati israeliani al check point non gli permettono di passare per andare all' ospedale, o Um Kamel, cacciata dalla sua casa, acquistata con sacrifici perché fanatici ebrei non sopravissuti all'olocausto ma arrivati da Brooklin, pensando che quella terra e quindi quella casa sia loro per diritto divino, sono entrati di forza e l'hanno occupata perché vogliono costruire in quel quartiere arabo di Gerusalemme un'altra colonia ebraica. Avete mai visto i bambini dei villaggi circostanti Tuwani a sud di Hebron che per andare a scuola devono camminare più di un ora e mezza perché nella strada diretta dal loro villaggio alla scuola si trova un insediamento e i coloni picchiano ed aggrediscono i bambini, oppure i pastori di Tuwani che trovano le loro tanche d'acqua o le loro pecore avvelenate da fanatici coloni, o la città di Hebron ridotta a fantasma perché nel centro storico difesi da più di mille soldati 400 coloni hanno cacciato migliaia di palestinesi, costringendo a chiudere più di 870 negozi.

Avete visto il muro che taglia strade e quartieri che toglie terre ai villaggi che divide palestinesi da

Palestinesi, che annette territorio fertile e acqua ad Israele, un muro considerato illegale dalla Corte Internazionale di giustizia. Avete visto al valico di Eretz i malati di cancro rimandati indietro per questioni di sicureza, negli ultimi 19 mesi sono 283 le persone morte per mancanze di cure, avrebbero dovuto essere ricoverate negli ospedali all'estero, ma non sono stati fatti passare malgrado medici israeliani del gruppo Phisician for Human rights garantissero per loro. Avete sentito il freddo che penetra nelle ossa nelle notte gelide di Gaza perché non c'è riscaldamento, non c'è luce, o i bambini nati prematuri nell'ospedale di Shifa con i loro corpicini che vogliono vivere e bastano trenta minuti senza elettricità perché muoiano.

Avete visto la paura e il terrore negli occhi dei bambini, i loro corpi spezzati. Certo anche quelli dei bambini di Sderot, la loro paura non è diversa, e anche i razzi uccidono ma almeno loro hanno dei rifugi dove andare e per fortuna non hanno mai visto palazzi sventrati o decine di cadaveri intorno a loro o aerei che li bombardano a tappeto. Basta un morto per dire no, ma anche le proporzioni contano dal 2002 ad oggi per lanci di razzi di estremisti palestinesi sono state uccise 20 persone. Troppe, ma a Gaza nello stesso tempo sono stati distrutte migliaia e migliaia di case ed uccise più di tre mila persone tra loro centinaia di bambini che non tiravano razzi.

Dopo le manifestazioni di Milano dove sono state bruciate bandiere israeliane, voi dirigenti politici avete tutti manifestato indignazione, avete urlato la vostra condanna. Ne avete tutto il diritto. Io non brucio bandiere né israeliane né di altri paesi e penso che Israele abbia il diritto di esistere come uno Stato normale, uno stato per i suoi cittadini, con le frontiere del 1967, molto più ampie di quelle della partizione della Palestina decisa dalla Nazioni Unite del 1947.

Avrei però voluto sentire la vostra indignazione e la vostra umanità e sentirvi urlare il dolore per tante morti e tanta distruzione, per tanta arroganza, per tanta disumanità, per tanta violazione del diritto internazionale e umanitario. Avrei voluto sentirvi dire ai governanti israeliani: Cessate il fuoco, cessate l'assedio a Gaza, fermate la costruzione delle colonie in Cisgiordania, finitela con l' occupazione militare, rispettate e applicate le risoluzioni delle Nazioni Unite, questo è il modo per togliere ogni spazio ai fondamentalismi e alle minaccie contro Israele.

Ieri lo dicevano migliaia di israeliani a Tel Aviv, ci rifiutamo di essere nemici, basta con l'occupazione.

Dio mio in che mondo terribile viviamo.

*Vice Presidente del Parlamento Europeo

Dalla parte dei lavoratori della Global Logistica

scritto da prcpomezia il domenica, 10 agosto 2008,12:20

Il comunicato stampa del nostro circolo oggi presente con una delegazione - di cui faceva parte anche l'Assessore alle Politiche Sociali Anna Mirarchi e il Capogruppo Consiliare Franco Boager - al sit-in dei lavoratori licenziati dalla Global Service.



Continua la lotta dei cinquanta lavoratori licenziati alcuni giorni fa dalla Global Logistica di Santa Palomba. Stamattina i dipendenti hanno promosso l’ennesimo sit-in a cui hanno partecipato anche l’Assessore al Lavoro della Regione Lazio Alessandra Tibaldi, una delegazione di Rifondazione Comunista di Pomezia – tra cui l’Assessore alle Politiche Sociali Anna Mirarchi e il Capogruppo Consiliare Franco Boager – e una delegazione sindacale della CGIL.

La storia è ormai nota e, nonostante la disponibilità ad un confronto da parte di istituzioni e sindacati, l’azienda – per il momento – ha respinto al mittente queste aperture.

“Già ieri mattina – ha dichiarato la Tibaldi – i dirigenti della cooperativa hanno disertato la prevista riunione in Regione sui licenziamenti adducendo motivazioni futili. Quest’oggi, invece, hanno rifiutato l’incontro con i rappresentanti istituzionali e sindacali consegnandoci una breve missiva dal contenuto discutibilissimo. Consegnerò questo “dossier”, come è stata  pomposamente definita questa scarna comunicazione aziendale, al prefetto Mosca nel corso dell’incontro da me richiesto ed ottenuto per martedì prossimo. All’incontro è stata invitata anche la società cooperativa, che spero voglia cessare dal comportarsi in modo irrispettoso verso i lavoratori, i sindacati e le istituzioni”.

Alla riunione col prefetto sarà presente anche una delegazione del Comune di Pomezia. Infatti, anche se l’azienda ufficialmente rientra nel territorio romano, vi sono importanti ricadute in termini di occupazione anche per il nostro comune dove alcuni dei lavoratori risiedono

Così si spiega anche la presenza di Rifondazione di Pomezia oggi.

Quando i lavoratori sono ricattati, ridotti a merce, costretti a vendersi sul mercato, rinunciando a diritti e sicurezza per rendersi appetibili e competitivi per le aziende e riuscire così ad ottenere un posto di lavoro, si registra una regressione non solo sul piano di diritti del lavoro, ma anche dei diritti dell’uomo.

La lotta dei lavoratori della Global Logistica è anche la nostra. Dobbiamo tutti assieme riaffermare un diritto, quello al lavoro, universalmente garantito, sottraendolo al mercato. Il lavoro non è una merce. Gli esseri umani non sono una merce”.

I cinquanta lavoratori della Global Logistica – alcuni da anni in Italia – se le cose rimarranno così, tra poco saranno dei clandestini. Il nostro impegno è di non lasciarli soli in questa difficile vertenza, che assume contorni tanto più inquietanti per i possibili risvolti razzisti dell’intera vicenda.

 

Partito della Rifondazione Comunista

Pomezia

 


Di seguito riportiamo in .pdf i comunicati stampa dell'Assessore al Lavoro della Regione Lazio Alessandra Tibaldi, della Filcams CGIL di Pomezia che segue in prima persona la vertenza e le pagine di Liberazione e Latina Oggi sul tema. Latina oggi50 lavoratori pachistani e indiani in scioperoLiberazione 7-8-08 pag.6

liberazione_9_agostocomunicato regione-2comunicato regione-1