Newsletter periodica dell'11/02/2009

scritto da prcpomezia il giovedì, 12 febbraio 2009,10:13

Newsletter periodica del circolo di Pomezia del Partito della Rifondazione Comunista.

I temi:

1) Consiglio Comunale. La protesta di Rifondazione Comunista e della Sinistra contro lo sbarramento al 4% alle europee

2) Consiglio Comunale. Su proposta di Rifondazione Comunista approvata una mozione contro la Turbogas

3) 13 febbraio. Sciopero generale


 1) Consiglio Comunale. La protesta di Rifondazione Comunista e della Sinistra contro lo sbarramento al 4% alle europee

IMBAVAGLIATI

DALL´ ULTERIORE ACCORDO LIBERTICIDA VELTRONI/BERLUSCONI

CHE - IMPONENDO LA SOGLIA DI SBARRAMENTO DEL 4% ALLE ELEZIONI EUROPEE - HA DI FATTO NEGATO IL DIRITTO COSTITUZIONALMENTE GARANTITO ALLE CD. MINORANZE POLITICHE DI POTER CONTINUARE AD ESSERE ISTITUZIONALMENTE RAPPRESENTATE .

VERGOGNA

Cliccate qui per vedere la foto.

2) Consiglio Comunale. Su proposta di Rifondazione Comunista approvata una mozione contro la Turbogas

Mozione_Turbogas[1]Il 18 novembre scorso, dopo 20 mesi, il presidio no Turbogas è stato sgomberato con un´operazione militare. Più di 300 uomini tra polizia, carabinieri e guardie forestali, alle 3 di notte hanno circondato il presidio e, dopo aver portato via i tre ragazzi che dormivano dentro, hanno "difeso" il terreno, mentre operai della Sorgenia procedevano alla recinzione dello stesso.

Il Presidio è stato per 20 mesi un centro di democrazia diretta, aperto e solidale con tutte le vertenze per la tutela dei beni comuni, vissuto e partecipato intensamente dalla popolazione e da centinaia di cittadini che lo hanno animato e sorretto. Lì si è svolta una delle più riuscite riunioni del Patto di Mutuo Soccorso. Lì si è tenuto un partecipatissimo campeggio estivo, condiviso con tutte le vertenze ambientali aperte del Lazio e con numerose delegazioni nazionali.

I consumi di energia andrebbero radicalmente ridotti.

L´energia prodotta dovrebbe essere "pulita, territoriale e democratica".

Per questo dobbiamo opporci all´ imposizione dall´alto di un modello energetico basato sulla produzione di energia "termica, centralizzata e militarizzata".

La proliferazione di impianti di combustione come centrali elettriche o inceneritori, di rigassificatori di metano - gas serra molti più pericolo della CO2 -, di grandi opere viarie che perpetuano l´attuale modello di mobilità sono ulteriori passi nell´aggravamento dei problemi derivanti dal riscaldamento climatico. La lotta contro l´attacco all´ambiente e alla salute delle persone che queste opere comportano è la stessa lotta contro gli effetti del cambiamento climatico.

Le nocività, i cancri e non di meno i cambiamenti climatici dimostrano la strutturale insostenibilità del sistema capitalistico, il quale a fronte della contraddizione capitale-natura può sopravvivere solo scaricando sulle popolazioni e le fasce deboli delle stesse i costi umani, ambientali e dell´appropriazione mani militari delle risorse naturali collettive.

La lotta alle nocività e il contrasto ai cambiamenti climatici - che tra le altre cose aggraverà fortemente la scarsità idrica nel nostro paese rafforzando le spinte da parte dei privati per appropriarsi di questa risorsa e trasformarla in fonte di profitti - sono parte della medesima battaglia di chi crede che un mondo migliore, e un altro modello di sviluppo, siano possibili.

Per questo motivo come Rifondazione Comunista ci siamo da sempre schierati contro la Turbogas di Aprilia, ma anche contro l´inceneritore di Albano e l´autostrada Roma-Latina. E per questo stesso motivo oggi proponiamo all´approvazione del consiglio comunale questa mozione.

Cliccando sull'immagine all'inizio del testo la mozione approvata con 19 voti favorevoli.

3) 13 febbraio. Sciopero generale
Sciopero_Generale[1]Cliccando nell'immagine qui di seguito il volantino del Partito che spiega il perché Rifondazione Comunista sostiene lo sciopero.

Il nostro sciopero, il vostro sciopero

di Carlo Podda * e Gianni Rinaldini **

su Il Manifesto del 10/02/2009

Lo sciopero di venerdì prossimo della Funzione pubblica e della Fiom-Cgil è uno sciopero «per uscire» dalla crisi, per chiedere al governo Berlusconi una svolta di politica economica. Uno sciopero contro la Confindustria e le associazioni imprenditoriali che sostengono le misure del governo e attuano la pratica degli accordi separati. Il nostro sciopero è per uscire da questa crisi con un paese diverso, contro le attuali diseguaglianze sociali. La crisi economica che attraversiamo segna il limite di un modello, quello neoliberista, e dell'assunto secondo il quale la crescita sarebbe un elemento stabile del sistema, immutabile, inarrestabile.
Il sistema economico neoliberista si è mostrato al mondo in tutta la sua fragilità, trascinandoci in una crisi senza precedenti dal secondo dopoguerra. Per molti di noi questa degenerazione del sistema economico e finanziario era evidente da tempo, giacché questo sistema si è strutturato sulle diseguaglianze, aggravatesi nel corso degli ultimi 15 anni, e la sua crescita si è nutrita della riduzione dei costi, della competitività al ribasso, della riduzione dei redditi, della precarietà. Oggi è chiaro a tutti come questo modello vada ribaltato: la ricchezza non si può creare deregolando la contrattazione e le tutele sul lavoro, lasciando al mercato il compito di regolatore del sistema, ma va redistribuita attraverso i redditi. É la redistribuzione stessa ad essere fonte di una diversa crescita economica compatibile con l'ambiente.
Affinché i costi della crisi non siano scaricati sul lavoro dipendente, sui precari, sui pensionati e sullo stato sociale, sono necessarie misure urgenti di sostegno al reddito e all'occupazione.
Per questo il nostro sciopero avanza alcune richieste puntuali: 1) continuità del lavoro, perché solo garantendo ai lavoratori il loro potere d'acquisto si può affrontare la ripresa; 2) più ammortizzatori sociali, soprattutto per chi ne è oggi privo - cassa integrazione all'80% effettivo della retribuzione, non al 60%; 3) proroga dei rapporti di lavoro precari, nella prospettiva della loro stabilizzazione. Solo garantendo la continuità del lavoro si possono tutelare i lavoratori, che altrimenti verranno licenziati; 4) sosteniamo il testo unico sulla sicurezza, che vergognosamente governo e Confindustria vogliono peggiorare, mentre continua la strage quotidiana degli infortuni sul lavoro; 5) meno fisco sui redditi direttamente nel salario nazionale; aumento delle detrazioni per il lavoro dipendente; restituzione del fiscal drag. Chiediamo al governo di investire nei redditi attraverso la fiscalità, e di finanziare queste spese con i 10 miliardi di euro di attivo di bilancio sottratti all'Inail, sottolineando che questi 10 miliardi sono frutto anche di contributi versati dai lavoratori, e tornando a combattere seriamente l'evasione fiscale. Non bisogna dimenticare che negli scorsi anni la gestione della cassa integrazione è stata ampiamente in attivo, al punto che gli utili sono stati utilizzati per scopi diversi da quelli per cui erano preposti; 6) investire nella manutenzione, lasciando da parte le opere faraoniche, più utili per la propaganda che per lo sviluppo, fornendo agli enti locali le risorse necessarie. La manutenzione crea sevizi, li mantiene appunto, è motore di sviluppo; 7) investire sul welfare, cominciando col mantenere in funzione i servizi già esistenti, come nel caso dei servizi gestiti dei precari della sanità e delle cooperative sociali, che rischiano di perdere il posto di lavoro. Il welfare locale rappresenta una fonte di reddito indiretto per i lavoratori e la generalità dei cittadini, di vitale importanza soprattutto in momenti di crisi; 8) contro l'accordo separato del 22 gennaio sulla riforma del modello contrattuale che riesce a peggiorare i limiti ormai evidenti dello stesso accordo del 23 luglio. Una volta attuato, questo accordo imporrebbe una riduzione strutturale e sistematica delle retribuzioni dei lavoratori, e un forte indebolimento del contratto nazionale, con gli attacchi alla democrazia e al diritto di sciopero, cioè all'essenza stessa del sindacato. Chiediamo il referendum perché le lavoratrici e di lavoratori hanno il diritto di decidere su piattaforme ed accordi che riguardano la loro condizione.
La Cgil sciopera come d'altronde scioperano i maggiori sindacati d'Europa. Lo riteniamo necessario. A tutti i neo-kenesiani dell'ultima ora, ricordiamo che il modello keynesiano stesso, negli Stati uniti, fu il prodotto di una lunga fase di lotte e tensioni sociali. I lavoratori italiani sono oggi chiamati alla mobilitazione proprio perché solo invertendo la rotta, ribaltando il modello economico dominante, è possibile affrontare questa crisi. Comprendiamo quanto difficile sia il momento. Abbiamo compreso nelle molte assemblee fatte tra i lavoratori in questi giorni quanto costi uno sciopero e che sacrificio rappresenti. Ma oggi più che mai, proprio mentre viene messo in discussione, lo sciopero è il solo strumento che i lavoratori possano mettere in campo per ottenere dei risultati.
Questo governo vive una deriva autoritaria evidente. La avvertiamo sui temi del lavoro, ma non possiamo non notare che su temi come l'immigrazione clandestina, con l'eliminazione del divieto di segnalazione che contrasteremo con l'obiezione di coscienza, e sui temi etici, con lo scontro istituzionale ingaggiato con il presidente Napolitano, l'esecutivo metta in discussione i più basilari principi democratici e costituzionali. La difesa della Costituzione diventa necessariamente un altro punto della nostra mobilitazione, perché se salta il patto tra stato e cittadini, cioè in assenza di una forte delimitazione della discrezionalità del «potere», questi ultimi diventano sudditi. Con noi in piazza, il 13 Febbraio, ci sarà, tra le tante organizzazioni aderenti, anche l'Associazione nazionale partigiani (Anpi), una di quelle associazioni che questo governo vorrebbe chiudere, proprio perché oggi la difesa della nostra «carta» costitutiva, quella repubblicana e antifascista, diventa una battaglia anche e soprattutto del mondo del lavoro, oltre che della generalità dei cittadini. La manifestazione di piazza San Giovanni sarà quindi una manifestazione in difesa dei diritti di tutti, e tutte e tutti sono invitati a partecipare.

* Segretario generale Fp-Cgil

** Segretario generale Fiom-Cgil

Insieme per un cambiamento in Europa

scritto da prcpomezia il domenica, 14 dicembre 2008,13:50
Per la prima volta la Sinistra Europea si presenterà alle elezioni europee del 2009 con una piattaforma comune per tutti i partiti che ne fanno parte, di tutti i Paesi . Un modo per rispondere alla crisi sul suo terreno, quello della globalizzazione.
Vi invitiamo a leggere il documento con attenzione e a voler lasciare qualche commento su esso.

Vote European Left

Documento approvato alla sessione di Berlino della Sinistra Europea il 1° dicembre 2008


Traduzione a cura di Claudio Buttazzo per la redazione www.comunistinmovimento.it

L'Europa del 21° secolo ha bisogno di pace, democrazia, giustizia sociale e solidarietà.
Piattaforma del Partito della Sinistra europea per le elezioni al Parlamento europeo del 2009

Le elezioni per il Parlamento europeo del giugno 2009 saranno un'opportunità per cambiare i fondamenti dell'Unione europea e aprire una prospettiva nuova per l'Europa.

Siamo di fronte a una crisi finanziaria, economica e sociale, una crisi generale del sistema che cresce di giorno in giorno. Essa amplifica e aggrava la crisi alimentare, energetica e ambientale. Approfondisce il divario tra i sessi. Ha un impatto diretto sulla vita di tutti i popoli d'Europa e del mondo. Lo shock che essa provoca ovunque nell'Unione europea è enorme. La crisi è causata dalla globalizzazione neoliberista, cioè dall' irresponsabile scelta delle élite politiche ed economiche per un capitalismo devastante, il cui prezzo viene pagato dalle popolazioni. Essa mette in pericolo la pace, la sicurezza e la coesistenza internazionale.

Il mondo è stato trascinato in questa crisi globale dalla politica economica degli Usa, in particolare dall'Amministrazione Bush.

La crisi dimostra ancora una volta il fallimento del neoliberismo, di una globalizzazione che ha massimizzato i profitti dei mercati finanziari, che sono stati i principali attori sulla scena globale senza alcun controllo e alcun intervento da parte degli Stati. La politica, gli Stati e le intere comunità sociali sono subordinati allo strapotere dei mercati finanziari. Il risultato è evidente: la mancanza di democrazia e la fine dello stato sociale.

Politiche di bassi salari e di precarizzazione del lavoro, come conseguenza delle misure deflazionistiche applicate dai governi dei paesi sviluppati, hanno messo a repentaglio il sistema finanziario e creditizio.

I governi, le istituzioni e gli organismi economici mondiali come il Fondo monetario internazionale hanno imposto politiche di privatizzazione e deregolamentazione.

Di conseguenza, sono chiamati in causa i fondamenti neoliberisti dei trattati Ue, in particolare la loro insistenza su un' "economia di mercato aperta e di libera concorrenza", la libera circolazione dei capitali, la liberalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici, lo status e la funzione della Banca centrale europea.

Questa crisi storica che colpisce il cuore del capitalismo ci impegna a sostenere la resistenza dei popoli e ad aprire una prospettiva di cambiamento per l'Europa. La Sinistra europea ritiene che una via d'uscita da questa crisi la si può trovare solo con la lotta per una società democratica e sociale in Europa: "Un Europa dei popoli, non delle banche".

Questa crisi è anche politica. Il NO irlandese, francese e olandese al Trattato di Lisbona e alla Costituzione europea hanno dimostrato come un sempre maggior numero di persone in Europa disapprovano le politiche antidemocratiche e antisociali dell' Unione europea. Esse guardano alla costruzione europea come a qualcosa di distante e incomprensibile, come a qualcosa che non le riguarda, che ignora le loro speranze e la loro effettiva situazione.

Ribadiamo il nostro NO al Trattato di Lisbona. L'espressione democratica della volontà popolare deve essere rispettata all'interno di un nuovo processo democratico basato sulla partecipazione attiva dei cittadini, dei popoli e dei parlamenti nazionali. La partecipazione democratica e i poteri parlamentari devono essere rafforzati attraverso norme sulle petizioni popolari, sull'ampliamento co-decisionale e più forti relazioni tra i parlamenti nazionali e il Parlamento europeo. I cittadini europei devono poter discutere e decidere su un'alternativa al Trattato di Lisbona.

L'Unione europea interferisce nella vita dei popoli d'Europa. A 15 anni dal Trattato di Maastricht prevalgono ancora gli orientamenti neoliberisti. La vita e le condizioni di lavoro della maggioranza della popolazione europea sono rapidamente peggiorati: prolungamento dell'orario di lavoro e della vita lavorativa, salari insufficienti, crescita della disoccupazione di lunga durata e giovanile, del lavoro precario, temporaneo e tirocini non retribuiti sono una scandalosa realtà. In generale, i servizi pubblici vengono utilizzati per il profitto. Tutto questo fa crescere la pressione psicologica e fisica, le malattie, la paura; si ha una perdita del senso di solidarietà e un aumento della violenza contro i più deboli nella società. La situazione degli immigrati nei paesi membri dell'Unione europea, come pure la stessa politica sull'immigrazione della Ue, riflettono drasticamente questo stato di cose.

Dall'altra parte, i profitti sono aumentati enormemente, i dirigenti percepiscono retribuzioni astronomiche, anche quando le loro azioni producono risultati negativi. I ricchi divengono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Per quanto concerne i recenti avvenimenti in Europa, come il conflitto nel Caucaso,e gli sviluppi nel Kossovo, i trattati bilaterali con gli Usa per la costruzioni di basi militari statunitensi nell'Europa dell'Est e l'attuale corsa agli armamenti, è importante per l'Unione europea il rispetto del diritto internazionale e la ricerca di soluzioni politiche a qualunque conflitto.

La militarizzazione della politica estera di un' Ue legata alla Nato deve essere sostituita da un altro concetto di sicurezza basato sulla pace, sul dialogo e sulla cooperazione internazionale.

Molta gente è delusa, frustrata dalle direzioni della politica europea. E tuttavia c'è anche tanta gente che lotta per la salvaguardia dei posti di lavoro e per la sicurezza sociale, per i servizi pubblici e per il proprio diritto a partecipare al processo di decisione politica. Lotta per una nuova politica, per il rispetto dei diritti sociali e individuali, per il rispetto dei diritti umani di chiunque viva sul territorio dell'Unione europea. L'immigrazione e il diritto d'asilo sono divenuti un problema urgente nella lotta politica. Così come va proseguita la lotta per la parità tra i sessi, per la democrazia, la giustizia e per il diritto di tutte le persone a vivere in dignità e solidarietà gli uni con gli altri.

L'Unione europea è più che mai di fronte a un bivio:

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o essa continua nella sua attuale politica capitalistica, che sta alla base della crisi finanziaria, di sicurezza, alimentare ed energetica;
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oppure diventa uno spazio di sviluppo sostenibile, di giustizia sociale, di pace e cooperazione reciproca, di uguaglianza tra i sessi, di partecipazione democratica e di solidarietà, uno spazio nel quale l'antifascismo, la lotta contro il razzismo, per le libertà civili e i diritti umani siano una pratica comune.

La Sinistra europea chiede che questa Europa sia un'Europa pacifica e civile, la cui economia sia socialmente ed ecologicamente sostenibile e si sviluppi sulla base della democrazia e della solidarietà. Ciò richiede una nuova sinergia tra le forze sociali e politiche. Richiede idee, iniziative e un duro lavoro da parte dei soggetti politici e delle forze democratiche, dei sindacati e dei movimenti sociali, dei rappresentanti della società civile. Una lotta comune deve dispiegarsi sia nelle strade che nelle istituzioni.

Noi dobbiamo unificare i movimenti di lotta per la pace e contro la guerra con i movimenti no global, con il movimento di chi si batte contro la precarietà di lavoro e di vita, con le lotte dei lavoratori, delle donne e dei giovani.
Insieme con i rappresentati delle altre forze di orientamento socialista, comunista e della sinistra verde nordica abbiamo collaborato con successo all'interno del gruppo Gue/Ngl al Parlamento europeo. Il carattere pluralista di questo gruppo ha arricchito le capacità creative della sinistra di opposizione tra il 2004 e il 2009. Vogliamo sviluppare ulteriormente questa esperienza nel nuovo parlamento europeo.

Alla luce della crisi attuale, la Sinistra europea è tanto più chiamata a svolgere un ruolo efficace nella promozione di una comune azione politica contro l'egemonia culturale e politica della destra.

Le politiche neoliberiste dell'Unione europea sono state possibili, tra l'altro, da quella sorta di grande coalizione determinatasi nel Parlamento europeo tra le forze conservatrici e i partiti del socialismo europeo. Questa convergenza è la causa principale della crisi della politica sul piano europeo. Ciò crea grandi contraddizioni all'interno dei partiti socialdemocratici europei.

La Sinistra europea è in competizione nei confronti dei partiti conservatori e liberali, di quelli socialdemocratici e dei partiti dei Verdi nei singoli paesi membri e nei confronti dei corrispondenti partiti europei, i quali sostengono la logica delle odierne politiche europee.

La Sinistra europea si batte per un cambiamento e per conquistarsi uno spazio politico in Europa.

La Sinistra europea riafferma la propria lotta conseguente contro qualsiasi tentativo della destra estrema e populista di accrescere la propria influenza in Europa.
SUPERARE LA CRISI: LE PERSONE PRIMA DEI PROFITTI
Per un'economia sociale ed ecologica in Europa

La crisi richiede una risposta coordinata a livello internazionale ed europeo.

La Sinistra europea è sinonimo di una politica basata su uno sviluppo economico e sociale ed ecocompatibile. Una politica finalizzata alla difesa e allo sviluppo delle conquiste sociali.

Contrariamente a quanto sostenuto dalla strategia di Lisbona, noi ci adoperiamo per una strategia fondata sui valori di solidarietà e cooperazione, per la piena occupazione e un razionale rapporto con la natura. Ciò è possibile solo modificando le attuali regole del sistema economico e finanziario internazionale.

E' necessario rifondare l'Unione europea sulla base di nuovi parametri, che si basino sulle persone e sui loro diritti e non sul profitto.

Noi sosteniamo che i lavoratori non devono pagare per la crisi, soprattutto nel mentre le banche e le finanze vengono salvate. La logica del G7 e dell'Unione europea si propongono di privatizzare i profitti e socializzare le perdite.

E tuttavia, anche l'attuale legislazione consente la spesa per un piano pubblico di investimenti in grado di sostenere l'occupazione e la ristrutturazione in senso ecologico dell'economia.

In materia di finanze, la crisi rende evidente il ruolo determinante delle politiche di credito. Il credito deve essere reindirizzato verso i settori produttivi dell'economia e della società, verso il lavoro, le priorità sociali e ambientali, a partire dalle città e dalle regioni fino alla Banca centrale europea. Per realizzare questo riorientamento del credito e del denaro, noi sosteniamo il controllo politico e sociale sul sistema bancario e finanziario.

Noi sosteniamo il diritto dei lavoratori e delle loro organizzazioni, così come degli eletti nelle istituzioni locali, al controllo sull'uso dei crediti e dei sussidi.

Noi critichiamo gli obiettivi e le politiche attuali della Banca centrale europea, la sua assoluta indipendenza da qualunque controllo politico, la mancanza di trasparenza nelle sue decisioni e nei suoi atti. Ribadiamo l'urgente necessità che la sua politica monetaria risponda agli obiettivi di una nuova crescita economica e occupazionale, che sono una priorità rispetto al contenimento dell'inflazione.

Di conseguenza, il ruolo della Banca centrale europea va cambiato in sintonia con i criteri di un nuovo sviluppo occupazionale, sociale ed ambientale, attraverso una riduzione selettiva dei suoi tassi di interesse. La Bce deve essere sottoposta al controllo pubblico e democratico. Il suo statuto va cambiato. Il patto di stabilità deve essere sostituito da un nuovo patto di solidarietà, incentrato sulla crescita, la piena occupazione, la tutela sociale e ambientale.

E' necessario tassare le transazioni finanziarie e la rendita in Europa e di abolire i paradisi fiscali. E' anche necessario introdurre una tassazione sui capitali speculativi al fine di alimentare la creazione di un fondo europeo. I movimenti di capitali e, in particolare, i profitti non direttamente collegati con gli investimenti e il commercio devono essere sottoposti a controllo e tassazione.

La Tobin tax può essere uno strumento per finanziare iniziative industriali innovative nei settori indicati dalle agenzie internazionali e delle Nazioni unite con l'obiettivo di ridurre le emissioni globali e aumentare i posti di lavoro. Questo fondo europeo essere sottoposto agli indirizzi e ai programmi del Parlamento europeo: una sorta di "nuovo patto verde" del Parlamento stesso.

I beni comuni e i settori strategici dell'economia, compreso il credito e il sistema finanziario, devono essere socializzati (nazionalizzati), mentre vi è la necessità di ricostruire un sistema generale di welfare su scala europea. La privatizzazione dei servizi pubblici deve essere invertita. E' necessario aumentare il salario e il reddito dei lavoratori. C'è bisogno di armonizzare il sistema impositivo europeo sulla base del principio della progressività fiscale.

Per quanto riguarda i nuovi diritti e poteri dei lavoratori e dei cittadini, tali poteri e diritti dovrebbero consentire loro di rompere il monopolio delle decisioni che oggi appartengono solo al mercato, in modo da giungere a una vera e propria trasformazione del potere politico. La democrazia deve iniziare con la partecipazione dei cittadini e deve essere estesa a ogni sfera della vita sociale.

Occorre una nuova politica salariale. Vanno respinte le sentenze della Corte di giustizia europea che rappresentano un forte attacco ai contratti collettivi e ai diritti. Respingiamo la direttiva Ue che estende l'orario di lavoro fino a 65 ore settimanali e che consente la flessibilità totale e la parcellizzazione del lavoro.

Siamo per una legge che non consenta di superare un massimo di 40 ore settimanali. E di conseguenza andrebbero modificate tutte le leggi e disposizioni nazionali in materia di lavoro. L'obiettivo devono essere le 35 ore settimanali a livello europeo. Andrebbero, invece, conservate le legislazioni nazionali più avanzate in materia di lavoro. Chiediamo un salario minimo su base europea che corrisponda almeno al 60% del salario medio nazionale e che non si mettano a repentaglio i contratti collettivi.

Per garantire una vita dignitosa, è necessario un reddito minimo garantito per i disoccupati, come pure è necessaria una pensione minima legata al salario minimo e agganciata al costo della vita. L'età pensionabile dovrebbe essere flessibile, tenendo conto delle migliori normative esistenti in materia in alcuni paesi membri della Ue.

Chiediamo un rafforzamento del diritto al lavoro per i migranti, ovunque essi si trovino nell'Unione europea. Una legge sull'immigrazione dovrebbe concentrasi sugli interessi dei migranti e non sugli interessi delle imprese che sono in ce4rca di mano d'opera a basso costo e costringono milioni di lavoratori migranti a lavorare in nero. Respingiamo qualsiasi direttiva europea che imponga provvedimenti di espulsione. Quello di cui c'è bisogno è la concessione del permesso di soggiorno per chi è in cerca di lavoro.

Ci opponiamo alla strategia di Lisbona che contempla il concetto della cosiddetta "flexicurity". Le nostre priorità sono la lotta contro la povertà, l'emarginazione sociale e la precarietà, per la piena occupazione con posti di lavoro regolari, con l'aumento dei salari, con pensioni e indennità sociali. Le tasse devono essere non solo sul reddito ma sul capitale, consentendo la massima redistribuzione.

L'istruzione, l'assistenza all'infanzia e le cure per gli adulti, in caso di malattia e di vecchiaia, la sanità, l'approvvigionamento idrico e lo smaltimento delle acque reflue, l'approvvigionamento energetico, i trasporti pubblici, i servizi postali, la cultura e lo sport di massa non sono beni commerciali, ma servizi pubblici di pertinenza dello Stato. Perciò essi non devono essere sottoposti a regime di concorrenza con il minimo di costi e il massimo di profitti. Ci opponiamo, pertanto, alla loro privatizzazione e chiediamo un'inversione di tendenza restituendo alla proprietà pubblica quei servizi che sono stati privatizzati.

Per noi questione ambientale e questione sociale sono collegate. Pertanto, l'attuale situazione di crisi economica e finanziaria ci pone di fronte alla sfida del cambiamento dei modi di produzione e di un loro riorientamento in senso ecologico.

Siamo a favore di un nuovo trattato internazionale sulla base della 4° relazione del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici e del piano di azione Ue 2007-2009. Chiediamo la piena applicazione di quanto sottoscritto dalla Ue in tutti i settori che riguardano il clima e le politiche energetiche.

I seguenti punti rappresentano i requisiti minimi per l'attuazione di tutti gli impegni sottoscritti in materia climatica:

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riduzione delle emissioni globali del 30° entro il 2020 e di almeno il l'80% entro il 2050
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aumentare l'uso delle risorse energetiche rinnovabili di almeno il 25% ebtro il 2020
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riduzione del consumo totale di energia primaria del 25% entro il 2020 e aumento dell'efficienza energetica del 2% l'anno, fissando un limite di consumo pro capite
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introduzione di un obbligo di efficienza per l'industria
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le sovvenzioni Ue devono essere destinate al campo dell'efficienza energetica e delle energie rinnovabili.

Noi siamo contro la riduzione del Protocollo di Kyoto ad un sistema di mercanteggio delle quote di emissioni. E' necessario stipulare un trattato di Kyoto 2 per darsi una nuova startegia globale che consenta la riduzione delle emissioni e rendere lo sviluppo più giusto e più sobrio. E' necessario un nuovo paradigma basato sulla cooperazione e non sulla concorrenza, iniziando a trasferire tecnologia verso i paesi in via di sviluppo, finanziando le tecnologie pulite e le politiche di adattamento ai cambiamenti climatici.

L'acqua è una bene universale e l'accesso ad essa deve essere garantito come un diritto umano.

La protezione della natura e lo sviluppo delle risorse rinnovabili, la salvaguardia dei nostri beni paesaggistici, così come la garanzia dell'approvvigionamento alimentare, sono le sfide primarie che abbiado di fronte.

Chiediamo un'intesa per garantire il più elevato standard ambientali all'interno della Ue e per le biodiversità (iniziative concrete per la riduzione dei rifiuti, la protezione delle acque, contro la desertificazione attraverso strategie di salvaguardia del settore agricolo, per l'energia e la salvaguardia climatica).

Vogliamo impegnarci per una sostanziale revisione della politica agricola comune (Pac). Essa deve garantite a tutte le persone in tutto il mondo di poter decidere da sé sulla propria politica agricola, nel pieno rispetto dell'ambiente.

Ci opponiamo alle logiche neoliberiste in agricoltura. Va data priorità alla produzione agricola locale, alla qualità alimentare e l'abolizione dei vincoli per l'accesso dei prodotti al mercato mondiale.

L'acceso alla terra, alle sementi, all'acqua e al credito devono essere regolamentati attraverso una vera e propria riforma agraria in Europa e negli altri continenti.

Chiediamo una svolta nelle politiche agricole, con il sostegno alle biodiversità. Le sovvenzioni devono essere date con criteri economici, sociali e ambientali e non per favorire i profitti dei grandi produttori, ma favorendo le esigenze delle zone rurali, dei piccoli produttori, dei soggetti svantaggiati e delle zone di montagna.

Occorrono dei programmi di sviluppo dell'agricoltura biologica, vietando l'uso degli Ogm nella produzione agricola e alimentare, difendere e valorizzare la denominazione d'origine.

UN' EUROPA DI PACE E COOPERAZIONE

Mai più una guerra dovrà partire dal suolo europeo La guerra non può essere considerata uno strumento della politica.

Il disarmo e la riconversione dell'industria bellica sono compiti di fondamentale importanza.

L'Agenzia europea di difesa va sostituita con un agenzia per il disarmo, per fermare la corsa agli armamenti, la proliferazione e il possesso di armi di distruzione di massa, così come la militarizzazione dello spazio e degli oceani, favorendo in tal senso la stipula di trattati di disarmo.

I conflitti che si manifestano nello spazio europeo richiedono la necessità della creazione di un nuovo sistema di sicurezza collettiva sul continente europeo.

Da crisi regionale il conflitto nel Caucaso si è trasformato in crisi internazionale, che ora coinvolge gli stessi Usa. L'Ue ha il dovere di adoperarsi per una soluzione politica del conflitto.

Al contempo, il dispiegamento delle forze Nato in Afghanistan e le crescenti richieste da parte degli Usa per un aumento della partecipazione europea al conflitto dimostrano il fallimento della strategia di intervento militare perseguita dall'Amministrazione Bush.

Ne emerge la crescente contraddizione tra gli interessi europei in materia di sicurezza e l'intervento militare nato con le sue strategie espansionistiche.

La Sinistra europea ribadisce la propria richiesta di scioglimento della Nato. Siamo contrari alla logica dei blocchi militari ed anche ai tentativi e alle politiche europee miranti alla creazione di strutture militari.

La sicurezza europea deve più che mai fondarsi sui principi della pace, del disarmo, entro il sistema Osca, in conformità col dirito internazionale e con i principi di un sistema riformato e democratizzato dell'Onu.

La Nato è uno strumento degli interessi degli Usa in Europa. La Nato ha continuato ad esistere anche dopo la fine della contrapposizione Est-Ovest. Non solo: essa è stata addirittura ampliata e trasformata in una strumento ancora più funzionale alle strategie egemoniche degli Usa. L'allargamento della Nato ad Est corrisponde proprio a queste logiche.

Gli accordi bilaterali con gli Usa per il raddoppio della base di Vicenza, così come con la Polonia e la repubblica Ceca per l'installazione dei sistemi missilistici Usa, ed anche quelli con la Bulgaria e la Romania per la creazione di nove basi, rappresentano una minaccia per la sovranità dell'Europa e creano un rischio reale di un nuovo confronto militare sul territorio europeo.

E' necessario il ritiro dall'Iraq e dall'Afghanistan della coalizione occidentale guidata dagli Stati Uniti. La comunità internazionale e l'Unione europea devono aiutare l'Afghanistan e la sua popolazione a trovare una soluzione politica, e non militare, sulla base del rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani.

Chiediamo la chiusura di tutte le basi Nato e Usa in Europa. Siamo contro gli impianti militari satellitari, siano essi degli Usa o dell'Europa. Sosteniamo pienamente tutti coloro che in Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Bulgaria lottano contro tali installazioni. Respingiamo qualunque uso a fini militari del sistema europeo Galileo.
Lo sviluppo delle politiche economiche e commerciali dell'Ue devono conformarsi al principio di uguaglianza di tutti i paesi. Gli accordi bilaterali di partenariato sono sbagliati. La politica commerciale internazionale dell'Ue deve essere orientata verso il fine di dare risposte adeguate alla crisi sociale globale e ai problemi ambientali. La lotta contro la povertà deve essere al centro delle finalità della cooperazione allo sviluppo. Questa non deve essere una nuova forma mascherata di colonialismo, e perciò non deve trasformarsi in una sostegno unilaterale agli interessi delle industrie europee di esportazione.

Chiediamo anche che sia vietata la trasformazione degli alimenti in combustibile. Chiediamo l'annullamento del debito per i paesi più poveri del mondo e la revisione dei programmi di aggiustamento strutturale della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale.

Siamo favorevoli a un ulteriore sviluppo della cooperazione mediterranea. Questa è la chiave per il raggiungimento della pace e della sicurezza nel Medio Oriente.

Occorre un processo democratico e trasparente per colmare il divario tra i paesi del Nord e del Sud del mediterraneo. Questo è l'unico modo per evitare di trasformare l'ambizioso progetto politico di Unione mediterranea in una struttura politica di disuguaglianza.

Un Mediterraneo di pace stabile e duratura è impossibile senza la risoluzione del conflitto in Medio oriente. La condizione è il riconoscimento del diritto del popolo palestinese ad avere un proprio Stato indipendente. La Sinistra Europea si batterà con forza per spingere l'Unione europea ad agire in questa direzione.
L'Europa deve impegnarsi attivamente per porre fine all'occupazione militare dei territori palestinesi, per l'abbattimento del muro, in conformità col pare consultivo espresso dalla Corte penale internazionale, e per il rigoroso rispetto di tutte le risoluzioni Onu.

L'Europa deve chiede in questo il sostegno dei paesi arabi della regione.

La Sinistra europea si oppone alle politiche Usa e Ue di scontro con l?Iran sulla questione degli impianti per l'energia nucleare ed esige che si faccia una politica rigorosa di negoziati.

La Sinistra europea, al contempo, sostiene le forze politiche e sociali che in Iran si battono per il rispetto dei diritti umani.

La Sinistra europea ribadisce il proprio impegno a favore di un processo di sicurezza e cooperazione tra tutti gli Stati del Mediterraneo e del Medio Oriente, compreso il diritto all'autodeterminazione del popolo Saharawi sulla base delle risoluzioni Onu 1754 e 1783.

La Turchia deve rispettare i diritti umani, compresi quelli delle minoranze interne. Una politica democratica e pacifica nei confronti del popolo curdo contribuirebbe anche alla soluzione politica del problema curdo in altri paesi del Medio Oriente.

Il cambiamento del clima politica a Cipro dopo l'elezione di Dmitris Christofia a presidente della Repubblica apre nuove speranze e prospettive per gli sforzi di riunificazione dell'isola.

La Sinistra europea è favorevole alla creazione di tutte le condizioni politiche ed economiche per una pacifica convivenza dei popoli e degli Stati europei. L'Europa ha bisogno di uno spazio economico e sociale che non escluda nessun paese europeo. La Sinistra europea è a favore di un ulteriore allargamento dell'Ue e per la creazione di una pan-struttura europea che superi le divisioni politiche ed economiche in Europa. Per questo la SE sostiene in particolare la salvaguardia della governance democratica, garantendo la realizzazione dei diritti umani per tutte le persone, di rispetto e tutela delle minoranze e per il rispetto dello stato di diritto come condizione per negoziare con i paesi candidati all'adesione all'Ue.

La SE chiede una politica di buon vicinato sulla base dell'uguaglianza, in particolare per quanto concerne i paesi della Csi e gli Stati balcanici occidentali.

UN' EUROPA DEMOCRATICA E PARITARIA

La ricostruzione democratica dell'Europa resta oggi un problema urgente

Tutti gli esseri umani che vivono in Stati membri dell'Ue hanno il diritto di partecipare alla costruzione dell'Unione europea e dei suoi sviluppi futuri. L'Unione europea deve aprire alla partecipazione democratica di tutte le persone, o essa non avrà alcun futuro.

Noi siamo per il rafforzamento dei diritti e delle libertà individuali, nonché per i fondamentali diritti politici e sociali di tutti coloro che vivono dentro l'Ue.

La Carta dei diritti fondamentali deve diventare giuridicamente vincolante e deve essere ulteriormente sviluppata.

Ci impegnamo per una legislazione europea che garantisca alle donne di decidere del proprio corpo, per una libera contraccezione e libero aborto garantito dal sistema sanitario pubblico. Vanno promosse leggi europee contro qualsiasi forma di violenza sulle donne. Risorse materiati sufficienti devono essere garantite per tutte le vittime della violenza.

L'Ue deve garantire e promuovere i diritti delle persone discriminate a causa della loro origine etnica, dell'orientamento sessuale, dell'identità di genere, di religione, ideologia, disabilità, età anagrafica. Chiediamo il rispetto di tutte le minoranze e un'azione coerente di contrasto a razzismo, xenofobia, ultranazionalismo, fascismo, sciovinismo, anticomunismo, omofobia e qualsiasi altra forma di discriminazione. Siamo per un'Europa laica.

L'Europa che vogliamo ha bisogno di una democratizzazione dell'economia. Codeterminazione e diritto di sciopero devono essere garantiti in tutti gli Stati membri.

La Se è per una politica culturale basata sul dialogo interculturale. Va contrastata la liberalizzazione dei servizi culturali. Vogliamo che il dialogo tra le culture diventi un principio di una politica di pace a livello locale ed europeo. Noi sosteniamo la Convenzione dell'Unesco sulla salvaguardia e la promozione delle diversità di espressione culturale.

Chiediamo anche una politica trasparente sui media. L'egemonia culturale e politica è sempre più dipendente dall'economia e dagli interessi militari. L'accesso alla società della comunicazione e informazione è un aspetto essenziale della partecipazione democratica, sia a livello nazionale che europeo. Siamo a favore di strutture democratiche nel servizio pubblico dei medi, per un accesso facile e a basso costo ai moderni media come internet.

E' necessario invertire il processo di Bologna, impedendo la subordinazione della scuola, dell'università e della ricerca agli interessi delle industrie e del profitto privato.

L'istruzione è un diritto umano. Pertanto, sosteniamo tutti i movimenti degli studenti, genitori, insegnanti in Europa, che si oppongono alla riforma di Bologna, difendendo una istruzione pubblica e libera in ciascun paese.

L'istruzione pubblica deve essere inserita nei principi e valori che definiscono le caratteristiche essenziali della cultura europea. La scuola deve essere. In tutti i paesi membri, un luogo di incontro e di libero confronto tra le culture per una società multiculturale e multi religiosa, per lo viluppo di una educazione alla pace e all'uguaglianza di genere. Allo stesso modo, le università devono essere messe in condizione di sviluppare il loro indispensabile ruolo nella formazione culturale e scientifica fuori dalle logiche di mercato.

Per garantire lo spazio politico a tutti coloro che vivono dentro i confini dell'Ue, al Parlamento europeo deve essere conferita la funzione di iniziativa legislativa.

Le istituzioni dell'Ue (Consiglio, Commissione, Parlamento) devono aprirsi alla partecipazione della società civile, la quale deve avere la possibilità di controllare le loro decisioni.

Vanno messe da parte le misure e disposizioni antiterroristiche a livello Ue. Chiediamo l'abolizione della lista delle cosiddette organizzazioni terroristiche, la quale mette a repentaglio la libertà dei cittadini.

Vogliamo un'Europa aperta e cosmopolita in materia di migrazione. L'Europa non è una fortezza che debba respingere le persone che si trovino in stato di bisogno. E' necessaria una politica europea sul diritto d'asilo in conformità col la Convenzione di Ginevra.

Pertanto, esprimiamo la nostra contrarietà al vigente sistema Frontex di controllo delle frontiere. Vanno chiusi i centri di detenzione per migranti.

Ci opponiamo alle scelte dell'Ue e dei governi nazionali che impongono meccanismo di "repressione preventiva" e di "deposito preventivo dei dati personali" (trattato Prym). Questi provvedimenti favoriscono gli abusi nei trattamenti dei dati personali da parte della polizia, della magistratura, dei servizi segreti, di aziende private, il tutto col pretesto della difesa della sicurezza pubblica.

Noi, partiti della Sinistra europea, condurremo avanti una campagna nei singoli paesi su questi obiettivi in vista delle elezioni al Parlamento europeo del 2009.

Vogliamo una sinistra e un gruppo parlamentare forte in modo da essere in grado di cambiare l'Europa.

Ogni voto per un candidato della Sinistra europea è un voto per un'Europa di pace, sociale, ecologica, democratica e femminista, per un Europa della solidarietà.
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NO AL REVISIONISMO STORICO

scritto da prcpomezia il mercoledì, 14 febbraio 2007,15:40

Al Sindaco di Pomezia

On. Enrico De Fusco

 

e, p.c. al Presidente del Consiglio

Marco Mesturini

 

 

NO AL REVISIONISMO STORICO

 

In merito al manifesto apparso sui muri della nostra città a firma del Sindaco e del Presidente del Consiglio, sulla tematica delle foibe, non possiamo che dissentire per la totale assenza di discussione all’interno della giunta e della maggioranza.

 

Il Partito della Rifondazione Comunista ritiene che nell'affrontare il tema così delicato delle Foibe e dell'esodo istriano, fatti avvenuti tra il 1943 e il 1947, il modo più rispettoso e corretto di far luce su questi drammatici eventi sia quello di ricostruirne il contesto storico. Contesto storico che non può limitarsi solo al periodo successivo all'armistizio, ma deve necessariamente comprendere gli oltre venti anni di politica nazionalistica di repressione e negazione dell'identità attuata ai danni delle minoranze slave da parte del regime fascista. Infatti l'italianizzazione attuata fin dal 1920 ha comportato azioni pesantissime nei confronti delle popolazioni istriane e dalmate (confisca dei beni, discriminazione linguistica e culturale) e della società civile (chiusura delle camere del lavoro, di associazioni e di partiti politici). Su questo argomento gli storici hanno già scritto molto (basta consultare ad esempio l’Istituto storico della resistenza di Trieste).

 

RITENIAMO, inoltre che gli episodi suddetti, pur nella loro efferatezza, non devono e non possono essere utilizzati per sminuire le responsabilità dei regimi nazi-fascisti e la portata dei loro crimini, condotti in nome di un'ideologia basata sulla superiorità della razza, né tantomeno il dato inconfutabile della loro sconfitta ad opera delle forze alleate e dei movimenti di Resistenza partigiana.

 

CONSIDERIAMO CHE i valori della pace e del dialogo sono l'unico metodo percorribile per assicurare la convivenza civile tra i popoli, e che la ricomposizione di eventuali controversie e questioni in sospeso compete agli organismi democratici dell'Unione Europea, sede di cui Italia e Slovenia fanno parte a pieno titolo e che presto vedrà l'ingresso della Croazia.

 

CONDANNIAMO l'uso della violenza come strumento di risoluzione dei conflitti e qualunque forma di nazionalismo, in particolare quelle rivolte ad alimentare l'odio etnico e legittimare anche politicamente azioni di forza nei confronti di altre comunità, situazione ancor più inaccettabile nel quadro dell'Europa unita.

 

RIFIUTIAMO qualsiasi tentativo di negazionismo o revisionismo storico per fini propagandistici, nella consapevolezza che solo tenendo viva la memoria e il ricordo è possibile impedire che tali fatti si ripetano.

 

Per questo non siamo disponibili a mettere in un unico calderone fascismo e Resistenza. Il nostro antifascismo non è un ricordo, «Ora e sempre Resistenza» è per noi necessità attuale e crediamo fondante a partire dal quale siamo in grado di condannare, senza reticenze, la violenza che vi è stata.

 

Francesco Boager, capogruppo PRC in Consiglio Comunale

Anna Mirarchi, Assessore alle Politiche Sociali

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DOCUMENTO PROGRAMMATICO COMUNE DEL PRC, VERDI E PdCI CHE SI PONE ALL'ATTENZIONE DELLE FORZE POLITICHE DI POMEZIA

scritto da prcpomezia il martedì, 20 dicembre 2005,13:48

Il momento storico che il nostro comune sta oggi vivendo è drammatico; se possibile è anche peggio della fase che vide l’amministrazione comunale giustamente falciata dalla magistratura e che portò la nostra città alla ribalta, non certo per motivi edificanti, ed alla vittoria dell’ex sindaco Zappalà. Per questo motivo oggi più che allora è necessario farsi carico di alcune scelte programmatiche ben precise che consentano di rilanciare l’attività politica nella nostra città e di rompere con l’affarismo sfrenato che tanto guasti ha provocato. I quattro punti di questo documento intendono essere delle discriminanti programmatiche senza le quali sarebbe poi difficile arrivare ad un accordo elettorale per presentare una coalizione di centro-sinistra unita alle prossime amministrative con tutti i guasti che questa condizione potrebbero provocare. Tuttavia, appunto per quanto detto sopra, ci sentiamo costretti a porre queste condizioni quali basi per un centro-sinistra vincente e che possa governare la città per il bene dei cittadini.

 

LA QUESTIONE MORALE

 

Quelle indagini, vogliamo ricordare, erano partite nei confronti di una organizzazione criminale operante sul nostro territorio e, allo stato attuale, siamo ben lungi dal poter pensare che questo tipo di problema sia risolto anzi, una recente relazione antimafia evidenzia come nel litorale sud di Roma si assista ormai ad una radicazione delle infiltrazioni mafiose con la presenza di potenti famiglie della ‘ndrangheta e di cosa nostra che hanno il possesso del territorio. Dimostrazione di tutto ciò si ha guardando al vicino Comune di Nettuno dove pochi giorni fa è avvenuta una serie di arresti tra cui spiccavano ex assessori ed ex consiglieri. Inoltre, non è certo un mistero che sul tavolo del Ministro degli Interni Pisanu ci sia da qualche tempo un dossier dove si documentano le attività malavitose di alcuni personaggi che fanno parte dell’amministrazione pubblica tanto che c’è il serio rischio che il Comune, attualmente guidato dal centro-destra, possa essere commissariato per infiltrazioni mafiose.

 

È questo un fenomeno che non va assolutamente sottovalutato pena la sottrazione del nostro futuro e non soltanto per noi ma anche per i nostri figli e i figli dei nostri figli. Per tutto ciò è fondamentale che queste organizzazioni non trovino nella maniera più assoluta alcun tipo di sponda all’interno delle amministrazioni comunali formando squadre di governo locali composte da elementi che siano e siano stati totalmente estranei a qualsiasi procedimento evitando così di proporre un “anello debole” a chi ha forti interessi e potenti metodi di persuasione.

 

In questo senso l’appena conclusa amministrazione comunale e l’onorevole Zappalà non hanno certo brillato, a parte alcune inutili piazzate, avendo nominato un assessore che in passato è stato coinvolto in un episodio di truffa, il direttore generale condannato al terzo grado per truffa e abuso d’ufficio ed un altro dirigente tuttora sotto procedimento.

 

In più, il fatto che sono quasi dieci anni che a Pomezia una giunta non riesca ad arrivare alla fine del proprio mandato (basti vedere le giunte Capriotti, Aureli e Zappalà) è anche sintomo del fatto che negli ambienti della politica pometina, i soliti poteri forti, causa della crescita disordinata e strumentale della nostra città, sono ancora in grado di pesare sulle scelte delle amministrazioni decretandone la fine qualora non vengano accontentati. Questo è un errore che un futuro governo di centro-sinistra non potrà permettersi, pena: la delusione del suo popolo, dei lavoratori e dei movimenti sociali con il conseguente pericolo di una riaffermazione, a lungo termine, delle forze della destra.

 

Ma il significato della questione morale va addirittura oltre tutto questo e rappresenta l’unico argine possibile al malcostume dilagante che vede l’Italia governata da un premier che ha procedimenti in corso, condanne già passate in giudicato ed altre patteggiate o prescritte. La sinistra, se vuole davvero cambiare questo stato di cose, deve porsi in una condizione radicalmente opposta a questa evitando di adagiarsi sui mali dell’avversario rischiando così di far passare come “normali” atteggiamenti illegali da parte di soggetti inseriti in contesti istituzionali. È vero. In Italia i gradi di giudizio sono tre e, socialmente ed anche umanamente, nessuno può essere ritenuto colpevole fino al verdetto del terzo grado così come pure chi ha saldato il suo conto con la giustizia non può essere ancora perseguito, ma per chi si propone di rappresentare una collettività il discorso è molto diverso. Anche quando sarebbe tecnicamente possibile la sinistra, se non vuole emulare l’avversario cambiando solo i beneficiari dell’azione di governo, deve imporsi l’esclusione dalle sue liste di elementi che abbiano avuto condanne giudicate, patteggiate o prescritte o addirittura in corso in particolar modo per reati nella sfera degli atti istituzionali e di governo.

 

Così come, se è vero che i programmi, i metodi e gli obbiettivi della sinistra non sono quelli del centro-destra non si vede per quale motivo soggetti che hanno fino a ieri sostenuto le scelte della passata amministrazione debbano ora schierarsi nell’Unione: viene il sospetto che costoro abbiano la sola esigenza di mantenere i posti di comando per realizzare progetti che non possono di certo essere i nostri e che anzi potrebbero essere di ostacolo ai nostri.

 

Ben conosciamo infatti gli unici progetti che si sono realizzati a Pomezia e che stanno perpetrando un vero e proprio sacco del territorio dove si mira a cementificare ed a privatizzare ogni spazio esistente, dove la pianificazione urbanistica è piegata alla volontà di potentati economici e dove la speculazione è la principale forma di economia, progetti da cui i cittadini solo lontani anni luce e per cui il centro-sinistra si deve porre come elemento di rottura con il passato governando con i cittadini tramite gli strumenti oggi offertici dalla democrazia partecipativa e del bilancio partecipato.

 

Occorre cambiare registro se non vogliamo solo vincere ma anche governare con i cittadini e con il loro consenso.

 

UN NUOVO PRG CONTRO LA CEMINTIFICAZIONE SELVAGGIA

 

È  necessario affermare con forza la centralità del territorio come “bene comune” essenziale al benessere delle comunità su di esso insediate. Questo principio si fonda sul presupposto che il territorio costituisca l’ambiente essenziale alla riproduzione materiale della vita umana, e al realizzarsi delle relazioni sociali e della vita pubblica. Territorio non è quindi soltanto il suolo o la società ivi insediata, ma il patrimonio (fisico, sociale e culturale) costruito nel lungo periodo, valore aggiunto collettivo che troppo spesso viene distrutto, anche da amministrazioni di centro-sinistra, in nome di un astratto e troppo spesso illusorio sviluppo economico di breve periodo.

 

Mettere al centro il bene comune “territorio” consente di perseguire la dimensione qualitativa, non soltanto quantitativa, dei singoli beni che lo sostanziano: acqua, suolo, città, infrastrutture, paesaggi, campagna, boschi, spazi pubblici e così via. L’insieme di questi beni comuni, con la loro specifica identità, dovrebbe costituire il nucleo fondativi, collettivamente riconosciuto, dello “statuto” di ciascun luogo e dei diritti dei cittadini rispetto ai beni che lo costituiscano.

 

I piani che regolano le trasformazioni del territorio, a tutte le scale, dovrebbero pertanto essere preceduti e condivisi con un corpus statuario socialmente condiviso che definisce, con riferimento a un orizzonte temporale di medio-lungo termine, i caratteri identitari dei luoghi, i loro valori patrimoniali, i beni comuni non negoziabili, le regole di trasformazione che consentano la riproduzione e la valorizzazione durevole dei patrimoni ambientali, territoriali e paesistici.

 

Occorre quindi che la nuova amministrazione si riappropri della programmazione del territorio e questa volta in tandem con la cittadinanza, con l’istituzione di apposite consulte per dare vita finalmente ad una seria e condivisa variante al piano regolatore generale bloccando, fino all’approvazione di questo, tutte le concessioni edilizie di tipo commerciale così da evitare di ritrovarci poi ipocritamente a programmare un territorio ormai compromesso oltre misura. E il nuovo piano regolatore dovrà prevedere seri strumenti di salvaguardia del Parco della Sughereta, unico polmone verde della fin troppo inquinata Pomezia,  tramite la creazione di ampie ed adeguate fasce di rispetto.

 

BONIFICAZIONE AREE A RISCHIO E “NO” A NUOVE FONTI DI INQUINAMENTO

 

Noi riteniamo sia giunto il momento che l’amministrazione del comune di Pomezia cominci ad essere artefice del proprio futuro accogliendo e valorizzando le proposte e ciò che di buono esiste a livello locale e che smetta di essere mera ratificatrice di decisioni esogene assunte in modo gerarchico. Non riteniamo sostenibile quel modello di sviluppo che vedrebbe la nostra città come sito principe ove ubicare impianti fortemente impattanti quali termovalorizzatori, centrali turbogas e discariche, che vanno a sommarsi ad una già presente situazione critica di inquinamento a causa dei molti impianti industriali esistenti.

 

Improcrastinabile vediamo dunque l’inserimento del comune di Pomezia nell’elenco delle città a rischio ambientale e l’avvio di iniziative di reale gestione del ciclo dei rifiuti perché ne abbiamo le potenzialità: negli ultimi anni siamo stati sempre in testa nella provincia di Roma come quantità di raccolta differenziata e questo, occorre dirlo, senza che la passata amministrazione abbia fatto granché; non è stata aperta alcuna isola ecologica; il servizio di raccolta è penoso come sempre; nessuna nuova iniziativa incentivante è stata messa in campo. Questo sta a significare che i risultati ottenuti dipendono esclusivamente dalla accresciuta sensibilità dei cittadini nei confronti dell’argomento e questa è una potenzialità da mettere a frutto.

 

Dobbiamo cominciare a vedere il territorio come un bene prezioso e non come una riserva da sfruttare e quindi dobbiamo attivare iniziative economiche che lo valorizzino e non che lo depauperino perché soltanto in questo modo daremo una sostenibilità alla nostra economia locale. Non ci servono le grandi opere. Non ci serve rischiare il nostro già compromesso arenile per la creazione forzosa di un porto turistico; ci serve piuttosto recuperare le nostre spiagge, curarle e cominciare ad offrire un turismo di qualità perché la sostenibilità di Torvaianica è al collasso e non è con le bancarelle che potremo salvarla. E al pari delle nostre spiagge vanno bonificati e recuperati tutti i siti presenti sul nostro territorio che possono rappresentare fonte inquinante o addirittura pericolo a cominciare dalla discarica di Valle Caia e dai siti industriali abbandonati.

 

RISOLUZIONE CONVENZIONE ASER E PASSAGGIO GESTIONE AD UNA SOCIETA' A CAPITALE TOTALMENTE PUBBLICO

 

Noi vogliamo semplicemente che la parola torni davvero ai cittadini perché, ne siamo convinti, nonostante il marcio diffuso pensiamo che la maggior parte degli abitanti di questa città sia onesta e che abbia a cuore le sorti della sua terra, ma per fare questo è indispensabile liberarsi da vecchi fardelli che impediscono nei fatti la possibilità di amministrare. In questo senso il primo forte atto che pensiamo sia di obbligo fare è di costruire le condizioni tecnico-giuridiche per la risoluzione della convenzione con la quale il Comune ha affidata alla ASER ed il passaggio della gestione alla multiservizi pubblica del Comune di Pomezia, prima di tutto perché questo è un sistema di gestione delle risorse non proprio della sinistra e poi perché, soprattutto con la disastrosa situazione economica lasciataci dalla conclusa amministrazione comunale, è intollerabile pagare simili agi sulle uniche entrate disponibili (pari al 30% del riscosso).

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